Pagina:Cuore infermo.djvu/275

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Parte quinta 275

— Ah! tu vuoi saperlo? Ah! tu sei mia moglie? Ebbene, te lo dirò io. Io ti risponderò. Quello che ti scrivevo, te lo dirò. Parto per te. Sei tu che mi rendi così profondamente infelice; tu hai infranto il mio cuore tu hai desolata la mia vita; tu sei la fonte di ogni mio dolore. Quanta felicità può godere un uomo, tu me l’avresti data col tuo amore. M’hai respinto. Ebbene, ti amo come allora. Ti amo e parto. Ti fuggo. Parto con una donna che odio, che m’odia, legati dall’odio. Non so dove andrò, non so che farò. Ma purchè io non ti vegga, purchè io sia lontano da te, tutto accetto. Tu, mia moglie? Ah! tu firmi col mio nome, tu abiti nel mio palazzo, il mondo ti crede mia moglie? Non la sei. Mi sei estranea. Non ti conosco.

E rimase fiero, sdegnato, senza volgere il capo dalla parte di lei.

— Sicchè tu partirai? — chiese Beatrice, brevemente, con voce secca.

— Partirò.

— Se ti prego pel tuo onore, pel tuo nome, Marcello, rimani?

— Che m’importa di ciò? Era per me tutto, l’amore.

— Se ti scongiuro per la memoria di tua madre, per quella dello stesso tuo amore, rimani?

— Desisti. Io debbo partire.

— Marcello, io non voglio che tu parta — disse ella, rizzandosi in piedi.

— T’inganni, io partirò — rispose lui, imitandola.

— Io non lo voglio — ripetette Beatrice, prendendogli le mani, parlandogli nel volto.

— Non toccarmi, non guardarmi così!

— Te ne supplico, non andartene. Se parti, ti seguo. Dovunque vai, vengo. T’amo, non lo comprendi? Sei mio, non ti lascio, non ti cedo.