Pagina:Cuore infermo.djvu/279

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Parte sesta 279

meggianti che incendiano la montagna, l’aria ed il cielo. Essi non sapevano, non potevano in principio trovare quell’altissima forma che esprimesse la concentrazione del loro amore; nè parola, nè grido, nè singhiozzo la poteva rendere intera. Non dicevano neppure: t’amo; quella parola per cui si sfoga, si espande di fuori, diminuisce e si dilegua l’amore. Neppure uno ne chiedeva all’altro. Non erano ancora divisi in due, ognuno amando per proprio conto, con le differenti inclinazioni, dominati dalle influenze speciali. Al contrario rimanevano uniti da una forza unica, assorbito l’individuo, senza conoscenza di nome, di tempo, di spazio, nella sublime inutilità di queste cose.


Ma alla vertigine degli altissimi pinnacoli, alla temperatura corruscante, dove tutto arde, alla nota estrema della gamma dove tutto vibra, al termine insostenibile della passione dove tutto crolla, non resiste che brevemente la natura umana. L’anima ardente, vibrante, vi s’infrangerebbe, ed allora quella parte d’amore che acuirebbe la sofferenza di un cuore sino alla morte, trabocca, si espande, torna nell’aria, nel sole, nella natura, donde era venuta. Così Beatrice e Marcello. Parve veramente ad essi di morire in uno spasimo dilettoso, in quella prima settimana del loro amore; parve ad essi di cadere, in giri lenti e voluttuosi, da altezze incommensurabili, senza mai toccare il fondo. Non si vedevano, non si riconoscevano più, tanto era completa l’immedesimazione. Ma un momento si guardarono con una muta e fitta interrogazione, e quando essi ritrovarono la prima parola del loro amore, un grido di gioia scoppiò, una felicità più larga, più viva, più duratura incominciò per essi. Si fissavano, beati, come se avessero trovata la