Pagina:Cuore infermo.djvu/281

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Parte sesta 281

l’anima solitaria ed eletta, lo spirito schiavo e superiore; ed intanto essere una particella della circolazione umana, svolgersi, sdoppiarsi, fare la vita, creare. Quando questa verità lampeggiava innanzi ad essi, essi tremavano di gioia, confusi in una dolcezza infinita, in un piacere taciturno, poichè il loro amore era tanta parte dell’immenso amore che anima il mondo.


Il triste passato era sparito. Eppure era stata l’epoca travagliata e dolorosa in cui aveva gemuto lo spirito, combattente le sue lotte disperate; l’epoca in cui la materia aveva avuto le sue mortificazioni, battuta, tormentata, schiacciata dall’anima padrona. Erano le mattinate fangose, sporche della vita, quando la noia mortale prende il color bigio, l’odore nauseante, la pesantezza greve della nebbia autunnale; quando il sole diventa una lanterna fumicante, a metà spenta, i fiori appassiscono, le frutta imputridiscono, le guance delle donne sembrano cenere, la mano degli uomini pare di sughero, la città putisce di acquavite e la campagna di siero. Erano state le ore livide e rabbiose della vita in cui si debbono celare i drammi tumultuosi, nelle apparenze semplici e gaie di una esistenza tranquilla; allora le lagrime bruciano le labbra, bruciano il sangue, soffocano la gola, arroventano le palpebre, ma non vengono fuori; i singhiozzi straziano il petto, senza sollevarlo. Erano state le giornate lunghe, stagnanti, verdastre, della gelosia nascosta, che nella profonda palude del cuore fermenta e fa inaridire tutte le belle e generose fonti del bene; quando dalle piegoline riposte, dai meandri finissimi, dai piccolissimi recessi si distilla lentamente, ma continuamente, una gocciolina di fiele che