Pagina:Cuore infermo.djvu/301

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Parte sesta 301

tranquilla. Egli se ne andava a malincuore, scorato, chiedendo invano a sè stesso la causa di questi bruschi cangiamenti. Ma era peggio quando essa lo lasciava entrare, quando egli la vedeva pallida, stanca della sua lotta, con le labbra aride e stirate, col volto quasi cinereo, chiuso.

— Che hai, che hai? — le chiedeva continuamente Marcello.

E la risposta cadeva fredda, monotona, mai diversa:

— Niente.

Allora Marcello sedeva accanto a lei, senza interrogarla più, guardandola tacitamente, fantasticando su quella figura tetra che celava così gelosamente suo segreto. In certi momenti, con lo sguardo grigio, trasparente, senza alcuna espressione, nella immobilità del riposo, essa gli pareva come una statua di granito.

— Beatrice, Beatrice, rispondimi!

— Che vuoi, Marcello?

— Dimmi che ti senti, dimmi che pensi!

— Non sento niente e non penso niente. Voglio star quieta.

— Ti annoio?

— No, rimani.

E la bella sfinge si taceva di nuovo, immergendosi nella sua contemplazione. Scorrevano le ore così. L’immobilità, il silenzio regnavano nella camera. Egli non osava fare un gesto. Alle volte Beatrice gli rivolgeva un’occhiata così stracca, così indifferente, così glaciale, che egli se ne spaventava. Rivedeva la donna fredda e disamorata che aveva formato, per lo passato, la sua disperazione: era un’apparizione dolorosa, funesta. Istintivamente faceva un moto per farla scomparire. Non vi riusciva; allora si chinava su Beatrice per prenderle una mano, per carezzarle i capelli, per baciarla in fronte.