Pagina:Cuore infermo.djvu/329

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Parte sesta 329

— Sì, tutto è pronto. Andiamo stamane, mia valorosa?

— Andiamo.

Nell’anticamera incontrarono Giovannina con una sciarpa. Ella guardava la padrona, commossa ed intenerita al vederla uscire.

— Iddio vi benedica, eccellenza.

Beatrice alla discesa soffrì molto. Ad ogni scalino provava un soprassalto, un tuffo di tutto il sangue, un formicolìo acuto e doloroso sotto la pelle. Stringeva i denti per comprimere un grido. Pensò che quella scala fosse eterna, che non l’avrebbe finita mai. Marcello la incoraggiava. Facevano delle pause di riposo, poi ella si decideva, chiudeva gli occhi e scendeva. Ci vollero venti minuti. Giù si abbandonò nelle braccia del marito, che le fece respirare la sua boccetta di sali inglesi. Si riebbe. Nel viale era una luce bionda e diffusa che la incoraggiò. S’avviarono a piccoli passi. Sedettero ad un primo banco di legno rustico e vi restarono qualche poco. Ella si calmava; cominciava a godere il piacere tanto desiderato. Col piede spingeva più in là i sassolini del terreno. Ma la spalliera nodosa la incomodova; poi voleva giungere al pergolato. Era là che aveva sognato di stare un’ora, due ore, nella tranquillità del parco. Finalmente, pian pianino, vi giunsero. Attorno al tavolinetto vi era la poltroncina, lo sgabello, altre sedie; sovr’esso libri, ventagli, la sciarpa di Beatrice, un grande bicchiere d’acqua.

— Stai bene qui?

— Oh! sì — mormorò, dopo che si fu seduta a suo agio.

Un venticello appena sensibile si levava. Sotto il pergolato, su cui si intrecciavano i rami carezzosi dell’edera, le fibrille gialle delle campanule, i viticchi a spirale delle passiflore, fra le foglie penetravano certi raggi sottilissimi di sole, come una pioggia di aghetti dorati, un polverìo