Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/198

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

LAUDI DEL CIELO E DEL MARE

vedemmo l’Aurora inclinata
a rapire il bel cacciatore
4746e udimmo il lamento di Procri.

Laurio, lungi a’ tuoi pozzi oscuri,
alle tue fornaci, alle scorie
del tuo metallo, scoprimmo [L’Evia impietrata]
una roccia rosea come
il corpo d’un’Evia bagnato
di mosto; ed era sì bella
4753che per toccarla scendemmo
tra gli scogli ardui del lido
perdendo il cammino; ma, quando
ritrovammo il cammino
e ci volgemmo a guardarla,
di lungi ell’era anche più bella;
e ne favellammo nel vespro,
4760tornati alla nave, colcati
sul ponte, prima che il sonno
ci prendesse, parlammo
di lei come d’una divina
carne che fosse vivente
laggiù senza letto d’amore.
E viveano tutte le coste,
4767dal Sunio al Pirèo, nella sera.

Sunio, un mercatore fenicio
fui guardandoti, un montanaro
d’Ircania portato alla guerra [Il Sunio]
su nave di Medi, un Bitinio


- 184 -