Pagina:D'Annunzio - Laudi, I.djvu/268

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LAUDI DEL CIELO E DEL MARE


Ma un dio nudrito di fuoco
e d’amarezza era in me,
che divinamente sentiva
i preludii della Notte,
e il dolore delle lune
in travaglio, e il pianto
6748delle Pleiadi, e il pianto
delle Ìadi, e il lutto figliale
d’Erigone, e in dune deserte
la disperanza del mare;
e tutte le cose di fiamma
in travaglio, ch’erran pei cieli
del silenzio dolentemente,
6755e quelle che sono già spente
e sembran arder tuttavia;
e la melancolìa
delle fiumane tortuose
ove scorre l’acqua che stilla
dalle clessidre del Tempo,
cui venenò l’Amore
6762e appesantì la Morte.


Ahimè, tra due vènti avversi
nata dall’onda marina
esule Oceànide, fresca
Virtù solitaria, che sai
tu del mio male? Non m’odi,
se chiamo. Non torci lo sguardo
6769dalla visione che vedi,
e ch’io non veggo né mai


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