Pagina:D'Annunzio - Laudi, III.djvu/133

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TERZO - ALCIONE

240ché mi si rompono i ginocchi. Salva-
mi dalla brama del veloce fuoco
cho ora mi giunge, ecco, ecco, ora m’abbranca!„
Ma il dolce sangue suo in altro suono,
la sua bellezza in altro suono parla.
245Balzale il cuor, si piegano i ginocchi.
Ed ecco ella s’arresta, chiude gli occhi
e trema e dice: “Or ecco m’abbandono.„

Una gioia s’aggiunge al suo terrore
ignota che il divin periglio affretta.
250Tremante e nuda dentro la chioma ode
la vergine il tinnir della faretra,
sente la forza del perseguitore,
vede l’ardor pè chiusi cigli e aspetta
d’essere ghermita, e più non chiama il padre.
255Ma il dio la chiama: “Dafne, Dafne! Dafne!„
Ed ella non udì voce più bella.

Il dio la chiama: “Dafne, Dafne!„ Ed osa
ella aprir gli occhi: la rutila faccia
vede da presso e la bocca bramosa
260mentre il dio con le due braccia l’allaccia.
Rapita dalla forza luminosa
gitta ella un grido che per la selvaggia
sponda ultimo risuona, e l’ode il padre.


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