Pagina:D'Annunzio - Laudi, III.djvu/223

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TERZO - ALCIONE

175Gridò verso il suo fato
ella repente, ferma su le penne;
la corda mia nel tendersi stridette;
il grido parve lacerare il cielo
e lo stridor fu lieve qual garrito
180di rondine ma il tèlo
che si partì fu forte e fu cruento.
Sentii sul viso il vento
del volo che fece impeto a salire,
poi si fiaccò, girò come in un turbo,
185piombò verso lo scrìmolo del monte.
Mi cadde su la fronte
una goccia di sangue larga e calda
come goccia di nuvolo d’agosto
quando lampeggia e tuona.
190L’aquila s’abbatté sul sasso prona
il petto, aperta l’ali
crude che strepitarono sul sasso,
erta sùbito il rostro alla difesa.
La roccia discoscesa
195ardeva nel meriggio come il ferro
nella fucina, sotto i miei coturni.
La fronda dei viburni
era come la scoria dei metalli
liquefatti, e la fronda degli avorni.
200S’udìano i capricorni


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