Pagina:D'Annunzio - Laudi, III.djvu/225

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TERZO - ALCIONE

robusta come tronco di serpente,
e strinsi e strinsi; e con la manca trassi
dalla ferita fresca il dardo primo,
230più volte e più nell’imo
fegato lo confissi.
Combattemmo sul ciglio degli abissi,
in conspetto del Sole, a mezzo il giorno.
Gloria d’Icaro! Intorno
235alla zuffa ogni bàttito di penne
sprizzava mille stille
di sangue come porpora in faville
accesa ed isvolata via per festa.
A gloria la mia testa
240pareva di faville incoronarsi.
E le piume dei tarsi
e del petto e del collo e delle ascelle
isvolavan su l’Ostro.
E un rivolo purpureo dal rostro
245colava sul mio braccio imporporato
fino al cùbito. E làcera dai colpi
delle rampe la destra coscia m’era
sì che la messaggera
Nike, se mai sostò sul solitario
250vertice andando verso Atene mia
a recar le corone
dell’oleastro, fece il paragone


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