| Questa pagina è stata trascritta, formattata e riletta. |
| le favole. | 25 |
XLIII. — leggenda del vino e di maometto.[1]
Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno, e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro,[2] che lo fece matto, e partorì tanti
- ↑ La leggenda qui narrata da Leonardo non ha nessun fondamento storico, e si deve far risalire probabilmente al Tractato de le piu maravigliose cosse e piu notabile che si trovano in le parte del mondo, redute e collecte sotto brevità in el presente compendio dal strenuissimo cavalieri speron doro Johanne de Mandavilla. Milano, 1480. Folio g, 3 v°, opera che il Vinci stesso ricorda in una nota del Codice Atlantico: folio 207 r°. Per analoghe leggende si veda Prideaux, Life of Mahomet. Pag. 82 e seg.; A. D’Ancona, La leggenda di Maometto in Occidente. Giorn. Stor. d. Letteratura Italiana. Torino, 1897. Vol. XIII, pag. 238.
- ↑ cerebro, cervello.