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madre, delle chiacchiere inesauribili di quel signore, di trovarsi lì fra tante persone ignote e sugli occhi di tante altre, con quello che aveva in cuore. Le sarebbe bastato di vedere Cortis per togliersi da un tale disagio; ma Cortis non era ancora entrato nell’aula. Pochi deputati scrivevano sui loro stalli, altri giravano per i settori con le mani in tasca, altri discorrevano nell’emiciclo, guardavano le tribune. Uno di questi, l’on. T., conoscente di casa Carrè, vide la contessa Tarquinia, capitò subito nella tribuna, si offerse alla contessa per quanto avrebbe potuto desiderare da lui in Roma. Ella gli rispondeva con dei sorrisi luminosi, tutta rossa di piacere per quell’omaggio pubblico. T. non aveva riconosciuto Elena sulle prime e se ne scusò alla meglio, disse che la credeva in Sicilia.

«È una fede antica in Lei e molto robusta» disse Elena col suo sorriso fine. «M’ha sempre creduto in Sicilia anche quando mi vedeva a Roma.

Colui diventò tutto rosso, protestò, ma Elena lo interruppe subito, gli chiese cosa si rappresentasse quel giorno alla Camera.

«Eh!» rispose T. «Prima c’è l’esposizione finanziaria. Non lo sapevano? È per questo che vede le tribune così affollate. E poi, questo lo sapranno meglio di me, c’è il coup d’éclat che vuol fare Cortis.

«Oh!» esclamò la contessa. «Che cosa? A noi non ha detto niente.

«Allora non sarà vero. Sa che i suoi elettori hanno mandato una protesta contro di lui? Si dice che intenda rassegnar le sue dimissioni da deputato con un discorso... molto ardito, per lo meno.