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se credesse già di aver cominciato a vincere col suo «no» violento.

«Non posso scrivere» diss’ella alzandosi. «Ho paura di non aver trovato il tono giusto. È meglio che gli parli.

Cortis ne parve atterrito, la supplicò di non farlo, di finir la lettera. Poteva cambiarla, se voleva, scriverne un’altra.

Elena si ripose a sedere e disse:

«Proverò.

Subito le si affacciarono argomenti di non mutare le ultime righe. Non era una partenza, quella; era una fuga. Occorreva del tempo per disporla. Bisognava venire dalla campagna in città; ci voleva un pretesto preparato di lunga mano. Non era facile trovarne uno lì per lì. Ogni novità repentina, insolita, congiunta ad un turbamento morale troppo profondo per potersi interamente dissimulare, desterebbe sospetti almeno nello zio Lao. Poi qualche preparativo di viaggio ci vorrebbe bene; più lungo perchè segreto.

Ma qui il cuore le disse impetuosamente un’altra cosa. Se distruggesse la lettera? Se andasse via senza scrivere nè parlare?

«Oh» diss’ella «forse lascerò andare così.

Cortis suonò, ordinò all’usciere che portasse la lettera al Senato.

«Posso mandarla io più tardi» sussurrò Elena; ma Cortis non sapeva veder ragione di questo indugio. Ella scrisse la chiusa e l’indirizzo, sentendo quasi, intorno a sè, il fragor del mare. C’era tempo ancora.

«E se non andasse bene?» diss’ella con voce tremante. «Se facessi a meno di scrivere?