Pagina:Dante E Firdusi, Estratto Rivista d'Italia, 1909.djvu/3

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I.

Omero, l’ignoto autore del poema di Giobbe, Eschilo, Virgilio, Firdusi, Dante, Shakespeare, Goethe, ecco la nobile schiera dei più grandi poeti che vantino le letterature antiche e le moderne; due greci, un ebreo e un persiano, un latino e un italiano, un inglese, un tedesco. E vanno in una schiera, separata e distinta da ogni altra schiera di poeti, non solo per il magistero dell’arte che sovrasta a quella di tutti gli altri per certa sua rude grandezza e potenza che direbbesi primordiale, se togli la dolce musa virgiliana, più incline al patetico e al tenero che al grande e al robusto, ma anche perchè l’opera poetica di ciascuno fu profondamente efficace nelle età che seguirono, fu maestra alle generazioni, suscitò dovunque echi e richiami potenti, nè la virtù sua si è ancora del tutto attutita e spenta. Inutile il dire qual profonda impronta abbiano segnata nella storia della civiltà e Omero e Dante, e a quali alti concetti morali e filosofici siasi elevato Eschilo quando, in Atene, nel cospetto dei reduci da Maratona, rappresentava la miseria lagrimevole del tiranno di Persia, scampato a stento in Susa, e la redenzione (quasi direi riabilitazione) di Oreste. E Virgilio celebrando l’inizio, voluto dagli Dei, dell’Impero, perpetuava attraverso le età barbariche per giungere fino a Dante che lo fece e suo maestro e suo autore, la memoria e la sapienza della gran città, maestra di civiltà a tutto il mondo. Scendeva lo Shakespeare a scrutare con occhio di lince i segreti del cuore umano, e il Goethe, in un immortale poema drammatico, affrontava ardito il gran problema del perchè e della finalità dell’esistenza tutta. Ultima eco, ultima sì, ma non svigorita, non fioca, della stessa domanda che l’antico poeta d’Idumea, forse duemil’anni avanti l’era nostra, poneva in bocca allo sventurato che, diserto di figli e di averi, nell’acerbezza dell’animo esulce-