Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/455

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timi raggi del sole, scintillava tutta come i palazzi tempestati di perle delle leggende orientali. Dieci soldati facevano il gioco della polvere, una cinquantina di servi e di guardie stavano seduti in terra dinanzi alla porta, la piazza era deserta. Che bel momento! Quella facciata luminosa, quei cavalieri, quelle torri, la solitudine, il tramonto, formavano tutt'insieme uno spettacolo così schiettamente moresco, spiravano un'aura così viva d'altri tempi, presentavano in un sol quadro tanta storia, tanta poesia, tanti sogni, che rimanemmo un pezzo tutti e tre immobili in mezzo alla piazza come trasecolati. Di là, i soldati ci condussero a vedere una grande porta esterna, di forma nobilissima, rivestita pure, dal piede dei muri fino alla sommità, di musaici delicati e multicolori, che brillavano al sole come una miriade di rubini, di zaffiri e di smeraldi, incastonati in un arco trionfale d'avorio; e i pittori la schizzarono sull'album colla testa in visibilio; e rientrammo in città. Fin qui la gente che avevamo incontrata per strada, non s'era mostrata che curiosa, e c'era parso anzi che ci guardasse con occhio meno malevolo che la popolazione di Fez. Ma tutt'a un tratto, senza un'ombra di ragione, cangiò d'umore. Cominciarono alcune vecchie a mostrarci il bianco dell'occhio, poi alcuni ragazzi a tirar sassolini fra le gambe