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Pagina:De Sanctis, Francesco – Alessandro Manzoni, 1962 – BEIC 1798377.djvu/268

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262 lezioni

diocri. Così diciamo: talento di osservazione, perché ciascuno che ha occhi può osservare più o meno: l’osservare è un talento. In poesia il talento è immaginare una totalità, coordinarne le parti, serbare l’armonia fra esse, fare che non vi sieno dissonanze, ed anche un po’ carezzare la frase, colorire le immagini. È la poesia degli uomini mediocri, de’ poeti di second’ordine come il Prati e l’Aleardi. Non c’è l’ingegno, né a maggior ragione il genio; e si spiega perché dopo Ariosto e Tasso, per esempio, segua una lunga schiera d’imitatori, scrittori mediocri.

L’«ingegno» è di pochi, ed un paese si onora quando rispetta quelli a cui si può applicare questa parola. È la vista interna, nel di fuori guardare il di dentro. Goethe dice: — Il tesoro s’ha da cercare nelle profondità della terra — ; e Heine dice: — La scienza s’ha da cercare nelle profondità della natura — . Questo squarciare la superficie e vedere ciò che di spirituale o di segreto motivo è nel di dentro, ecco la vista dell’ingegno. L’ingegno del poeta non è soltanto una vista dall’alto e da lungi come quella del filosofo e del naturalista: è una forza produttiva. Non solo spiega la vita, ma la produce. Perciò pel poeta non basta vedere bene i caratteri, la parte psicologica: ciò che basta al filosofo; egli deve avere la volontà di riprodurre e mettervi innanzi quella parte. Chi ha questa forza ha veramente la volontà della produzione; quando l’uomo ha la forza di far certe cose, nasce in lui la volontà di farle, e se non le fa rimane insoddisfatto. Un poeta cui quella forza manchi, difetta di calore, produce il secco, l’arido, è debole nel colorito: come il Gravina nelle sue tragedie. Nell’arido sentite che lo scrittore mentre produceva si annoiava, rimaneva fuori della sua produzione, e siccome il poeta riflette generalmente sul lettore le stesse impressioni che sente lui mentre produce, ciò che annoia lo scrittore e lo distrae, annoia e distrae il lettore. All’opposto supponete una forza produttiva che sia una velleità, sì che il poeta deve produrre con fatica; allora non potendo cogliere il vero, lo esagera, va nel gonfio, nell’esagerato. Nella sua produzione sentite la fatica, lo sforzo; e ne è indizio la mancanza di brio e di facilità.