Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/136

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128 giacomo leopardi

scuno è nemico di ciascuno... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi ceda anche per un momento. Il mondo è fatto così, e non come ce lo dipingevano a noi poveri fanciulli. Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia mi avvezzo a ridere e ci riesco.

E non è vero. Non ci riesce. È un riso di mala grazia; la vuol dare ad intendere a sé e agli altri. Perché subito soggiunge:

E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna, e divertirsi a far volare la mia cenere in aria.

Non è un riso filosofico e artistico, è uno sforzo mal riuscito di riso, per non darla vinta, sì che nessuno trionfi di lui. In questo bellissimo brano di lettera, così concitato e così incisivo, uscitogli in un momento di umore feroce, si rivela al vivo la sua doppia tendenza, e a farsi spettatore di sé stesso ed esaminarsi e generalizzarsi, e a sentire acutamente i suoi dolori sotto l’apparenza mal dissimulata di filosofica noncuranza. Il cuore è ferito e manda sangue, e resiste all’intelletto, e il riso ci sta male su quella faccia scarna e pallida.

Chi studia un po’ la sua corrispondenza epistolare in questo spazio di tempo, vedrà come facilmente scoppii il suo sdegno alla minima occasione con una sincerità ingenua, sì che il vulcano rimane intero sotto a quel riposo e a quel riso.

La rivoluzione, sulla quale si fondavano tanti castelli, soggiacque al primo urto degli austriaci, malgrado i vanti, e il giovane scettico, colto egli pure da entusiasmo, a quello spettacolo di millanteria e di vergogna, uscì in una risata feroce, che voleva dire: — Ed io che ci aveva creduto! — E gli si volgeva in mente quella satira, che poi uscì sotto nome di Paralipomeni.

Allora pose da parte la teoria del martirio e dell’azione immediata, che s’intravvede nelle sue canzoni, massime nell’ultima al Mai, e presto fu d’accordo con Giordani, che la rigenerazione d’Italia non poteva essere effetto di moti subitanei, e