Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/44

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38 giacomo leopardi

era un ramo della quercia, e che a esser quercia gli occorrevano altri studi, e vi si mise con ardore. A quella età la sua anima impressionabile, aperta all’amore e all’entusiasmo, avviluppata dal nuovo ambiente letterario sorto sotto nome di purismo, dominata da’ grandi nomi di Giordani e di Monti, non è maraviglia che sia salita alla letteratura, come sua naturale vocazione, anzi la maraviglia è che sia durata così lungo tempo negli aridi studi dell’erudito. Ma non è a credere che proprio nel diciottesimo anno sia succeduto il miracolo: ché nella natura non ci sono miracoli, né salti. Il Saggio e l’Orazione agl’italiani pronunzia già la sua vocazione letteraria. E neppure è a credere che il miracolo fosse tutto compiuto in quell’anno. Ci è un inizio di conversione, nella sua forma più pedantesca e affettata, e non è cancellata ancora la vecchia consuetudine.

Leggete il suo discorso sopra Frontone, dedicato al Mai, scopritore appunto delle lettere di Frontone. La dedica è scritta con ricerca di eleganza, con belle frasi stereotipate, con copia e finezza di pensieri; è una vera gemma, ove si paragoni col vecchio scrivere. Il difetto è che troppo lo studio vi è manifesto. Ci è moto di cervello, non c’è moto di cuore. Nel Discorso, dopo di aver citato il suo commentario latino sopra Frontone, racconta la viva impressione prodottagli dalla scoperta delle sue opere, e la chiama un’epoca nella storia della letteratura, come sarebbe quella di Tacito, se fosse avvenuta a’ nostri tempi. Narra che avuti appena i volumi sospirati, prese a volgarizzarli, e come prefazione scrisse la vita di lui, ch’è appunto il Discorso. La sua ammirazione per Frontone, ch’egli giudica il primo oratore romano, dopo Tullio, sale sino all’entusiasmo, e mostra già la caldezza del suo sentimento letterario. Il giudizio che dà della sua eloquenza è caratteristico, ricco di riflessioni e di forme originali, giovenilmente splendido. Il neonato purista, con l’ardore del novizio, loda massimamente la sua riforma letteraria, quel suo ritorno ad Ennio e agli altri antichi, a quel modo che i nostri ritornarono a’ trecentisti. Per la prima volta senti nominare il trecento, e ricordare Passavanti. Dallo stile gonfio e barbaro e pretensioso de’ tempi suoi, Frontone tornò all’antica semplicità