Pagina:De Sanctis, Francesco – Giacomo Leopardi, 1961 – BEIC 1800379.djvu/47

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VI

1817


L’«ENEIDE»

Vediamo ora il nostro giovane a diciannove anni. Ha già una notorietà, se non può dirsi ancora una celebrità.

Ha conquistato un posto nello Spettatore, dov’escono regolarmente i suoi scritti, ed è già entrato in relazione con Mai, Monti e Giordani. Se in letteratura è tenuto un dilettante, non è messa in dubbio la sua fama di erudito.

Il primo lavoro di quest’anno, che comparisce sullo Spettatore, è il volgarizzamento della Torta, un leggiadro poemetto latino, recato in italiano già da parecchi e imitato da Baldi. Vi si descrive il modo di far la torta, con molta copia di particolari, e richiede nel traduttore molto uso e proprietà di lingua. Leopardi vi riesce per bene, e mostra già il progresso fatto in questi studi. Venne poi l’Inno a Nettuno, un vero tour de force, e le due odi greche sue, ch’egli attribuì ad Anacreonte; e fu assicurata la sua fama di peritissimo in greco, in latino e in italiano, e insieme di eruditissimo nelle cose dell’antichità. Quelle annotazioni illustrative del testo fecero sbalordire Giordani, e quell’inno parve davvero versione di cosa greca, e mise sulle furie il custode della Vaticana, dalla quale credeva trafugato il manoscritto. L’inno, capitato per errore nell’ufficio della Biblioteca italiana, indusse Acerbi, il suo direttore, a scriverne all’autore, offrendoglisi di pubblicarlo. Ma fu troppo tardi; Leopardi tenne fede allo Spettatore.