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108 la giovinezza

di setta, e conchiudeva sempre con quel tale Dies irae. Questo ci faceva ridere, ed egli ci si arrovellava e lanciava i pugni in aria. Io lo sentiva come in un’accademia; non m’era venuto in capo che sotto ci fosse niente di serio. Con lo stesso animo credo lo sentissero gli altri. Quando parlava era una festa; facevamo cerchio e coro. Talora stava in camera con le braccia nude, mostrando quel suo petto di leone, tutto in sudore, sotto la sferza della canicola, col viso severo e con voce vibrata, ripetendo a noi increduli e con la bocca a riso: — Giovinotti, aspettate il ’46, l’anno della rivoluzione e della libertà — . Noi finimmo con prendere in burla il ’46, e gli dicevamo: — Ah il ’46! Cosa ci sarà nel ’46? — . Ed egli tonava: — Ci sarà questo, che l’Europa avrà rivoluzione e libertà.

Quando Pio IX iniziava in Europa rivoluzione e libertà, ci corse in mente il ’46 di zio Peppe, e stupimmo. Enrico mi diceva: — Quel povero zio Peppe! non ha veduta la terra promessa — . Era stato un profeta. Oggi si direbbe uno spiritista.

XXI

COSE DI LINGUA

In quest’anno feci un corso sulla lingua. Non c’era un concetto chiaro di cosa dovess’essere una lingua. Alcune parti erano nella grammatica, altre nella rettorica; nel vocabolario c’era un materiale morto, come un pezzo anatomico, con copia di significati e di esempi, in confuso, come una tiritera senza lume di storia né di filosofia. Ora anche qui erano penetrate la scienza, la storia, l’erudizione. Mi erano familiari gli studi sulla lingua del Perticari, del Monti, del Cesarotti, del Cesari, oltre gli antichi del Cinquecento e del Seicento. M’immersi subito nelle quistioni più delicate di quel tempo. Tenni come sovrano arbitro delle cose della lingua l’uso dei buoni scrittori; se non che allargai il numero di questi di là dai confini voluti dalla Crusca. La mia inclinazione mi tirava tra i ribelli a quel tribunale; stavo