Pagina:De Sanctis, Francesco – La giovinezza e studi hegeliani, 1962 – BEIC 1802792.djvu/78

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72 la giovinezza

quella! Salivo le scale; ma non osavo avvicinare la mano al campanello, e morivo di vergogna, e tornavo giù. Cosi andando con la faccia dimessa, mi sentii dire: — Oh De Sanctis! — Era Leopoldo Rodinò, lungo, pallido, asciutto, con una bella sottoveste bianca. E — onde vieni? cosa fai? — Cominciarono i soliti parlari. — A proposito, — diss’egli, — io ti debbo ancora pagare le copie che mi desti dei Santi Padri — , e mise le mani nel taschino. — Fai il tuo comodo — , dicevo io, guardandogli le mani. — Prendi; altrimenti mi dimentico — . E io, tra prendere e non prendere, intascai le due piastre, che mi venivano da alcune copie, dategli per uso del suo studio, delle Vite dei Santi Padri di Domenico Cavalca, libro messo nuovamente a stampa per cura mia e di mio cugino, con una dedica al marchese Puoti. Feci la strada d’un fiato, e non capivo in me dalla gioia, figurandomi la faccia di Enrico. E così per ischerzo feci prima la faccia brutta, raccontando con una mestizia affettata quell’inutile scendere e salir per l’altrui scale. Ma quando venni al Rodinò, e mostrai le piastre, mi abbracciò. — Oggi doppia razione — , gridai io. E chiamai Annarella e diedi gli ordini trionfalmente.

Ma non perciò le nostre condizioni erano migliori. Io me ne apersi con don Luigi Isernia, presso il quale facevo la pratica, e il poveruomo, che capì il latino, mi disse subito che da lui non avrei cavato mai neppure un tre calli, e mi promise di presentarmi a un avvocato famoso e danaroso. Era un tal don Domenico, non mi ricordo più il cognome; abitava in via Costantinopoli. Io ci fui, e feci un’anticamera di circa due ore, tra le più vive impazienze. — Che modo è questo? — dicevo tra me, pestando dei piedi. — Come foss’io un servitore! Questo signor Domenico non conosce il prezzo del tempo — . Finalmente eccolo lì quel signore, bocca ridente, che mi sbuca da una stanza, con splendore di orologio e catenella, col panciotto ben teso, e gitta l’occhio verso di me, come per caso, e dice: — Ah! voi siete qui? Andate a studio; il mio giovane vi dirà quello che avete a fare — . E mi voltò le spalle, il grand’uomo. Entrai. Un giovinotto sbarbato m’indicò certe carte che dovevo copiare. — Ma io non sono un copista — , dissi, mutando colore. Egli alzò le spalle con un