Pagina:De Sanctis, Francesco – Storia della letteratura italiana, Vol. I, 1912 – BEIC 1806199.djvu/15

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i - i siciliani 9


Ed or mi mena orgoglio,
lo cor mi fende e taglia.
     Oi lassa tapinella,
come l’amor m’ha prisa!
come lo cor m’infella
quello che m’ha conquisa!
La sua persona bella
tolto m’ha gioco e risa,
ed hammi messa in pene
ed in tormento forte:
mai non credo aver bene,
se non m’accorre morte,
e spero, lá che vene,
traggami d’esta sorte.
     Lassa! che mi dicia,
quando m’avia in celato:
— Di te, o vita mia,
mi tegno piú pagato,
che s’i’avessi in balia
lo mondo a signorato.


Sono sentimenti elementari e irridessi, che sbuccian fuori nella loro natia integritá senza immagini e senza concetti. Non ci è poeta di quel tempo, anche tra’ meno naturali, dove non trovi qualche esempio di questa forma primitiva, elementare, «a suon di natura», come dice un poeta popolare, e com’è una prima e súbita impressione còlta nella sua sinceritá. Ed è allora che la lingua esce così viva e propria e musicale che serba una immortale freschezza, e la diresti «pur mò nata», e fa contrasto con altre parti ispide dello stesso canto. Rozza assai è una canzone di Enzo re; ma chi ha pazienza di leggerla vi trova questa gemma:

Giorno non ho di posa,
come nel mare l’onda:
core, ché non ti smembri?
esci di pene e dal corpo ti parte:
ch’assai vai meglio un’ora
morir che ognor penare.