Pagina:Deledda - Chiaroscuro.djvu/46

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40 un grido nella notte


«Ecco il momento, pensavo, adesso mi trascinano all’inferno. È giusto, è giusto, pensavo, perchè io vivevo senza amore del prossimo e non ho ascoltato il grido di chi moriva.» Eppure sentivo una forza straordinaria; mentre, continuando a ballare, sfioravamo la porta, riuscii a torcere fra le mie le mani dei due fantasmi e mi liberai e fuggii; ma Anghelu Pinna mi rincorse fino alla porta e tentò di afferrarmi ancora: egli però non poteva metter piedi fuori del limitare, mentre io l’avevo già varcato. Il lembo della mia tunica gli era rimasto in mano; per liberarmi io slacciai la tunica, gliela lasciai e fuggii. Marito mio bello, io muoio.... io muoio.... Quando sarò morta ricordati di far celebrare tre messe per me e tre per il povero Anghelu Pinna.... E va a guardare se trovi la mia tunica, prima che i morti me l’abbiano ridotta in lana scardassata.»

— Sì, uccellini, — concluse il vecchio zio Taneddu, — mia moglie delirava; aveva la febbre, e non stette più bene e morì dopo qualche mese, convinta di aver ballato coi morti, come spesso si sente a raccontare: e, cosa curiosa, un giorno un pastore trovò davanti alla porta di San Cosimo un mucchio di lana scardassata, e molte donne credono ancora che quella fosse la lana della tunica di mia moglie, ridotta così dai morti.

Sì, ragazzini, che state lì ad ascoltarmi con occhi come lanterne accese, il fatto è stato questo: e quel che è più curioso, sì,