Pagina:Deledda - Il flauto nel bosco, Treves, 1923.djvu/31

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medaglie. E sistemata la patria abbiamo pensato a sistemarci noi. I poderi che avevamo in affitto son diventati nostri; abbiamo settecento biolche di terra coltivata, duecento mucche, cavalli, macchine, trecento polli, sette maiali.

Ai polli attende mia madre, in un salone riscaldato che, non faccio per dire, è bello quanto quello della nostra qui amabilissima signora. (Grazie, lei esclamò, ironica e lusingata). E mentre attende a loro, mia madre legge: tutto è buono per lei, romanzi, giornali, almanacchi. Anch’io, veh, amo leggere, ma la notte. Smorza, dice mia moglie, smorza. Ma lasciami leggere, dico io, volgiti verso il muro. Smorza, lei insiste, il pissnin si può svegliare. Perché abbiamo un piccolino, di tre mesi, che già ride, bello e buono come un panino di burro. Io me lo prendo tutto nudo a letto, la mattina, e piango per la contentezza di toccarlo. L’ho chiamato Ivan perché è un bel nome.

— Lo farete studiare? — domandò la signora, col suo accento ambiguo fra la beffa e la tenerezza.

— Grazie — disse l’uomo, grato dell’attenzione di lei. — Non so, l’avvenire è in mani di Dio.

E quando furono alzati i calici la padrona di casa disse: