Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/209

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sua figlia aveva voluto prendere abitudini «distinte» come quella di apparecchiare ogni giorno la tavola, sebbene il più delle volte non si mangiasse che pane di orzo e formaggio, o pane e legumi e raramente carne, si riunirono nella cucina scarsamente illuminata da un lume ad olio, e per qualche momento stettero in silenzio, curvi sulle loro scodelle rosse.

Sebastiana non dimenticava i succulenti pranzi del signor Perrò, e quella sera aveva preparato una zuppa di sua speciale invenzione; ma nè Predu Maria, nè la suocera, assorti nei loro pensieri, parvero accorgersi della novità. La maestra si sforzava a parer calma mentre i suoi occhi splendevano di gioia. Finalmente dunque si potevano sperare giorni migliori: la buona notizia portata da Predu Maria rompeva la monotonia dei giorni di miseria e forse giungeva in tempo ad evitare giorni peggiori.

— Il notaio, chi lo paga? — ella chiese, deponendo la sua scodella. — Per decoro, bisognerà almeno pagarlo a metà.

— Potrà pagare tutto lui, il vecchio corvo, — disse Sebastiana, che ad ogni occasione ingiuriava il suo antico padrone. — Non si rovinerà per questo.

Ma Predu Maria non dava mai ascolto