Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/224

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— Anche la vedova Moro diceva così per la tanca. E invece adesso l’ha ceduta!

— La vedova Moro è la vedova Moro, mia madre è invece la vedova Saju — ella disse con la sua solita leggerezza. — Diglielo pure, al tuo padrone!

— Che c’entra il padrone? Del resto, questa è una questione inutile; poichè io non penso a comprar case nè giardini. Senti, Predu Maria tarda a rientrare; bisogna che io vada.

— Tu vuoi andartene? Allora glielo dirò io. Alle nove e mezza?

— No, alle nove. Ricordatelo, cara. Buona notte.

— Buona notte. Tanti saluti a Marielène.

Egli le strinse la mano e se ne andò, calmo e lento, com’era venuto; ed ella rimase sulla scaletta, sotto il chiarore cangiante della luna. E come sul cielo, sulla sua anima passavano ombre e luminosità incerte e strane. Egli l’aveva chiamata «cara», egli s’era messo il garofano all’occhiello, e non si era offeso per le insinuazioni maligne di lei. La calma di lui, la forza di dominio che egli aveva sopra sè stesso, le piacevano e la irritavano. Non era la prima volta che s’incontravano, dopo