Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/352

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difesa, più che di offesa, che lo costringeva a tornare indietro per gettarsi contro Antoni Maria come contro un aggressore. Ma nel frattempo l’ubbriaco aveva acceso il lume, ed egli lo vide davanti a sè, a spalle voltate, tentennante, più miserabile di lui, e non ebbe il coraggio di assalirlo. Si guardò attorno, come svegliandosi da un sogno; rivide la camera nuda e triste, il camino spento, il lettuccio dove un giorno Sebastiana si era seduta accanto a lui: e all’improvviso, mentre Antoni Maria rideva ancora, egli sentì come una mano pesante gravargli sul capo, costringendolo a piegarsi sopra sè stesso. Cadde a sedere sul lettuccio e scoppiò in pianto.

Allora Antoni Maria si volse, e una comica espressione di stupore si fuse, sul suo viso, con la macabra gaiezza di poco prima: per alcuni momenti stette ad ascoltare i singhiozzi dell’infelice, come se ascoltasse un rumore lontano e minaccioso; poi, siccome Predu Maria non cessava di piangere, gli si accostò, lo prese per un omero e cominciò a scuoterlo.

— Oh, uomo, che fai? Non ti vergogni? Adesso piangi? Dovevi piangere prima, Predu Maria Dejà! Va, cessa, smetti; può darsi che io mi sbagli, anzi mi sbaglio, certo. Un amico non può andare in casa