Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/141

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Piccolina 135



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— Va bene, — dissi anch’io, ritirandomi dignitosamente.

Sentivo invece che tutto andava male: se Fedele mi lasciava, una parte, sia pure la parte più meccanica, ma appunto per questo la più necessaria, della mia esistenza quotidiana, crollava. Sentivo che per ottenere i servizi da lui resi, occorrevano per lo meno altri due domestici, maschi o femmine che fossero; e già pensavo a loro come a dei nemici in agguato dietro la mia porta. Forse esageravo: forse c’era un fondo sentimentale nel mio disappunto, poichè con Fedele se ne andava un periodo, se non felice almeno quieto e sicuro, della mia esistenza.

Mi ritirai nello studio, mentre lui, silenzioso come non ci fosse, rimetteva in ordine la mia camera da letto; e tentai di scrivere una lettera alla direttrice di un’agenzia di collocamento, che per caso conoscevo, onde pregarla di trovarmi una persona di servizio fidata e abile.

Ma non mi riusciva. Aspettiamo, pensavo; forse Fedele cambierà idea e butterà dalla finestra l’uccellaccio.

E d’improvviso sentii che eravamo ridicoli