Pagina:Deledda - La danza della collana, 1924.djvu/191

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E quando piú stava immota e sola, nel deserto del suo letto, sentiva di camminare, camminare inesorabilmente; il battito del suo cuore segnava il passo, quello che solo si sente nel silenzio, il passo vero che conduce alla grande mèta.

E allora, da questa disperazione che il sonno seppelliva, spuntavano sogni misteriosi.

Invariabilmente la madre morta vi prendeva parte: e mentre lo sfondo era come quello di un quadro a chiaroscuro, ove l’ambiente, i personaggi e gli animali agivano in una nebbia confusa, la figura di lei, della madre, occupava il primo piano, chiara e rilevata, sempre nel suo letto, malata di attesa e d’inutile passione. Che aspettava? A volte, nel sogno, anche la figura del padre compariva, tornava: lei non si moveva, aspettava lo stesso.

E la donna che sognava si sentiva immedesimata nella madre, in quel dolore e in quell’attesa che aveva un giorno respirato e le rimanevano nel sangue come una malattia ereditaria.