Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/39

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gli serpeggiava per le vene: una dolcezza mai provata lo vinceva, ridonandogli l’ineffabile e puro desiderio di sentire sul volto una soave carezza femminile. Ma era da Maria che ora distintamente desiderava questa carezza, e guardandole le mani lunghe e bianche, sentiva le sue rallentarglisi dolcemente stanche e calde sulla pelliccia delle falde rivoltate del soprabito. Avrebbe voluto afferrare le mani di lei e portarsele al volto, e poi stringerle fra le sue e lasciarle così unite per sempre, fino a morir di dolcezza nel tepore di quella stanza, che spirava tutta la pace severa ed eterna d’un’arca mortuaria. Ma non si muoveva, sebbene questa strana felicità gli sembrasse facile a raggiungersi. La realtà gli sfuggiva: il fratello morto, il cui ricordo dava tanto fascino al dolore di Maria e don Piane con le sue domestiche e i suoi gatti e i suoi odî e le sue preghiere e le vicende del passato e le cure del presente, tutto gli sembrava una lontana e inafferrabile ombra.

Solo Maria egli vedeva, e gli pareva che la figura di lei basterebbe d’ora innanzi a colmare tutto il suo passato, il presente e l’avvenire.

Ella intanto, inconscia dell’improvvisa passione che destava, continuava a guardarlo serenamente, col mento poggiato sulla mano chiusa e il gomito sulla tavola; ma gli occhi