Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/92

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Per liberarsene e poter parlare francamente, dovette muoversi.

— Raggiungimi nel mio salotto; devo parlarti, — disse alzandosi e respingendo la sedia. E uscì rapido, temendo ch’ella gli rispondesse no.

Salito nel suo salotto l’attese sul balcone, stringendo fra i denti una sigaretta egiziana appena accesa. Dal vuoto del balcone, nella notte chiara e fresca, si scorgeva il cielo d’un azzurro cinereo e trasparente, segnato sul confine occidentale da una striscia ancora lucida e bianca.

Dal Sud veniva la via lattea, chiara e diafana come una lunga e tenue nuvola argentea; e le stelle brillavano vividissime, con bagliori di perle azzurre. Null’altro si scorgeva, null’altro che il cielo e gli astri; e nulla s’udiva; ma Stefano sentiva il cammino eguale e incessante dei secondi battuti dalla lancetta del suo orologio, e per un momento gli sembrò che quello fosse il palpito delle stesse che segnavano nello spazio il corso infinito del tempo.

E Maria non veniva.

Dopo un tempo indefinito si spense la sigaretta, e questo semplice incidente richiamò Stefano nella realtà. Voltosi, vide Maria, e allora gli sembrò ch’ella fosse venuta troppo presto, prima che egli avesse preparato le parole da rivolgerle.

— Vieni qui, — disse.