Pagina:Deledda - La via del male, 1906.djvu/39

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la via del male 37


Gruppi di contadini e di paesane tornavano chiacchierando dalle vendemmie; qualche vecchio a cavallo si disegnava sul fondo grigiastro della montagna, nella vaga nebbia del crepuscolo.

Nell’aria sentitasi sempre più l’odore dei pampini, del mosto, dell’erba umida; l’uva dei carri aveva vaghi riflessi violacei; le ruote dei carri tracciavano solchi profondi sulla polvere bianca dello stradale; qualche fuoco brillava già nella valle, qualche tintinnio di capra smarrita vibrava al di sopra delle roccie, fra i burroni che dominano il ponte di Caparedda. E le voci dei guidatori risuonavano sempre più sonore, fra il roteare monotono e sordo dei carri pesanti.

Pietro solo non cantava, istintivamente assorto in quella triste calma di crepuscolo autunnale: vedeva il solco dei carri che lo precedevano, respirava l’aria umida, sentiva le voci melanconiche della valle, e la sua anima s’oscurava sempre più come il cielo e le cose intorno.

E, al solito, nessuno si curava di lui: solo Malafede, il lungo cane nero e scarno dalle reni tremanti e la fronte segnata da una macchia bianca, lo accompagnava, serio, con la coda e le orecchie pendenti. Il cane seguiva il segno lasciato sulla polvere dal pungolo che Pietro si trascinava dietro; ma ogni tanto guardava il giovane servo coi piccoli occhi rossi, dimenava la coda e sbadigliava con un piccolo guaito.

— Che vuoi? — gli chiese Pietro, arrivati che furono a metà strada. — Hai fame? Anch’io. Man-