Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/164

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154 la carbonaria


Mangone. Son piú misero di quanti uomini sono stati o saranno o sono. O tristo me!

Dottore. Anzi, me!

Mangone. Son rovinato.

Dottore. Son rovinato ben io.

Mangone. Ho perduto cinquecento ducati.

Dottore. Ho perduto l’innamorata.

Mangone. Son punito delle beffe che m’ho fatto di lui.

Dottore. Come t’hai lasciato ingannare?

Mangone. Non son stato ingannato altrimente da lui, ma ben da un raguseo il qual m’ha portato un schiavo a vendere, che, or che vi penso bene, avea tutte le fattezze di Pirino. Quel raguseo è stato la cagione della mia ruina.

Dottore. Come ti colse quel raguseo?

Mangone. Con un presente di molto prezzo; e non m’accorsi che sotto la maschera di quel presente stava nascosta la trappola.

Panfago. Ditegli che vi mostri quel presente.

Dottore. Di grazia, fammi veder quel presente per isgannarmi.

Panfago. Filace, conduci qui quei presente che mi portò il raguseo.

Dottore. Sai tu come si chiamava quel raguseo?

Mangone. Sì bene, Rastello Fallatutti di Monteladrone.

Dottore. Se ti disse che si chiamava Rastello, che ti rastellava, e Fallatutti, che fallava e ingannava tutti, come non ti guardavi che non fallasse ancor te?

Mangone. E il suo fattore si chiamava Rampicone di Maltivegna.

Dottore. Venghi il malanno a te e a lui; ma il mal t’è venuto.

Mangone. E gli feci una buonissima collazione.

Dottore. Questo è il peggio, che facesti una collazione a chi te ingannava.

Mangone. Prego Iddio che gli facci mal prò.

Panfago. A te porta il presente, Filace.