Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/174

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164 la carbonaria


Dottore. Fermatevi, non bisogna alcuna di queste cose: l’error è giá fatto; delle strade cattive eleggasi la migliore.

Filigenio. Dite, di grazia, ch’io son cosí riscaldato dall’ira che dubito con qualche precipitoso consiglio non mi condur a qualche sproposito.

Dottore. Io vo’ che voi non perdiate nulla: non scacciarete il figlio e non perderete i danari; anzi con un bel fatto resteranno scherniti dal lor scherno. Rendetemi lo schiavo e io darò a voi or ora gli cento ducati.

Filigenio. Io non mi curo di perderli per saziarmi di sangue e con un castigo barbaro vendicarmi d’ingiurie sí vituperose.

Dottore. Questo non vorrei io, ch’ella non patirebbe alcun male che non lo patisca io: ecco i vostri cento scudi.

Filigenio. Questi sono i cento scudi che vi ho prestati per man di Forca?

Dottore. Che Forca? che scudi? chi v’ha dato ad intendere una simil favola?

Filigenio. Me l’ha chiesti Forca da vostra parte.

Dottore. Ho sempre un par di migliara di scudi al mio comando, che pèrdono tempo al banco.

Filigenio. Misero me, che da ogni banda sono aggirato.

Dottore. Entriamo in casa e ve li contarò.

Filigenio. Entriamo.

Dottore. Panfago, va’ a casa, apparecchia un banchetto a tuo modo, che vogliamo tutti rallegrarci: to’ gli danari.

Panfago. Sia benedetto Dio che pur m’è toccato di apparecchiare un desinare a mio modo e di far un pignato grasso.

SCENA VIII.

Pirino, Melitea, Forca.

Pirino. Non vi dogliate, vita mia, che, se ben i frutti d’amore nel principio son amari, sempre nel fin la radice è dolce. E perché in tanti travagli la fortuna non ha bastato a scompagnarci, fo fermo augurio che i Cieli v’abbino servato per me, e che saremo nostri.