Pagina:Della Porta - Le commedie I.djvu/213

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atto primo 203


Essandro. Col fidarmi di costei, ho fatto duo buoni effetti: toltomi dinanzi lei, che era la maggior nemica che avessi in questa casa, e adesso, come consapevole, mi aiutará con la sua figliana.

SCENA II.

Cleria giovane, Essandro.

Cleria. Fioretta mia, fatti piú in qua, che non m’oda mia madre che sta nell’anticamera.

Essandro. Eccomi, signora mia.

Cleria. Dirai primieramente ad Essandro mio che vorrei mandargli mille saluti e consolazioni, ma non posso; che non ho nè salute nè consolazione, e mal posso partir seco quelle cose che non possedo. E se pur volessi mandargli qualche salute, bisogneria che mandassi se stesso a lui medesimo; perché egli solo è il mio contento e la mia salute, e sempre che son priva di lui, son inferma e scontentissima.

Essandro. Appresso?

Cleria. Che non mi veggio mai sazia d’odiar me stessa per amar lui, e che il fuoco è tanto cresciuto che son tutta di fiamma; son tanto sua che in me non vi è nulla piú del mio, son transformata in lui stesso; e se volesse essere per qualche breve spazio mia, bisogneria che me gli cercasse in presto, avendo locato in lui la somma d’ogni mio desiderio e avendolo eletto per fin d’ogni mio bene.

Essandro. Benissimo.

Cleria. E digli che s’io potessi, vorrei chiamarlo crudele; che sapendo bene che dalla sua vista gli spirti miei prendono l’alimento della lor vita, e mancandomi la sua vista mi mancaria la vita, perché mi fa carestia di cosa che sí poco gli importa, e dandomene molto, a lui non scema nulla? E che quindi fo argomento che non risponde con amore a chi l’ama, nè con la fede a chi gli è fedele: e non cercando vedermi, come posso creder che m’ami?

Essandro. Signora, state sicura ch’egli sempre vi vede.