Pagina:Della Porta - Le commedie II.djvu/376

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364 lo astrologo

vostre vi pareranno nulle! O catene, o prigioni, o sferzate ricevute da’ mori, quanto veramente mi eravate piú dolci; o perigli di mare, quanto mi eravate piú soavi; o mare, mio nemico capitale, perché mi lasciasti vivo, mi hai posto in questi travagli! Andai in Barbarla per acquistare danari, e perdei me stesso; per far conti col mio compagno, vi lasciai la persona. Meglio era perdere la robba e salvar me medesimo: da me solo mi difendei dal mare e non seppi difendermi da chi mi rubbò da me stesso!

SCENA VIII.

Lelio, Cricca, Vignarolo.

Lelio. Oimè, che veggio? che è quel che raffiguro?

Cricca. Che cagione avete di tanta maraviglia?

Lelio. Non vedi mio padre e il vignarolo, il vero e il falso Guglielmo?

Cricca. Sí, che li veggio.

Lelio. Non mi hai avisato che il vignarolo sia trasformato nel mio padre? e io dando credito alle tue parole ho scacciato mio padre da casa, pensando che fosse il vignarolo. Ecco qui l’uno e l’altro: non so se quel Guglielmo che riguardo sia il vero o falso Guglielmo.

Cricca. Cosí è veramente; ed io rimango piú maravigliato di voi.

Lelio. Tu smanii, tu farnetichi.

Cricca. Siamo stati doppiamente burlati dall’astrologo, e della trasformazione e dell’argento; e or sará scampato via: e dubito che io non sia piú veridico astrologo di lui.

Lelio. Come potremo chiarirci di questo? Mira come il mio povero padre sta doloroso!

Cricca. O vignarolo, o vignarolo!

Vignarolo. Mira questa bestia che mi conosce.

Cricca. Rispondi, vignarolo.

Vignarolo. Cricca, tu vedi il vignarolo?