Pagina:Della consolazione della filosofia.djvu/57

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PROSA SETTIMA.

Allora io: Tu medesima sai, le risposi, che l'ambizione delle cose mortali n'ha pochissimo signoreggiato; ma desiderammo bene d'avere occasione e materia da poterci mostrare, a fine che la virtù nostra senza far nulla e senza essere mentovata non invecchiasse. E cotesta è quella cosa sola, rispose, cioè il desiderio della gloria, e la fama d'aver gran cose operato per la repubblica, la quale può allettare e tirare a sè gli animi grandi sì e nobili di natura, ma non però giunti ancora all'ultima perfezione della virtù; la quale fama quanto sia stretta, piccola, debile e vana, così considera. Tutto il circuito della terra, come tu sai per le dimostrazioni degli astrologi, ha ragione verso lo spazio del cielo d'un punto, cioè che egli, se s'agguagliasse e paragonasse alla grandezza del globo o tondo celestiale, non ha spazio o grandezza nessuna; e di questa regione mondana tanto piccola quella, che s'abita da animali conosciuti da noi, è, come tu sai per le pruove di Tolomeo, a pena la quarta parte. Se tu a questa quarta parte leverai colla immaginazione tutto quello che ne ingombrano i mari e le paludi, e quanto si distende quel paese il quale per lo troppo calore è diserto e disabitato, a pena rimarrà agli uomini una strettissima ajuola per abitare. Voi dunque, attorniati e racchiusi in questo picciolissimo quasi punto d'un punto, pensate a divolgare la fama e prolungare il nome vostro? E che cosa può avere o grande o magnifica quella gloria, la quale in sì stretti confini e sì piccioli