Pagina:Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (Rosmini).djvu/11

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semplice spettatore di sacra rappresentazione, e Iddio, padrone assoluto dei suoi doni, poteva, se avesse voluto, aggiungere alla sola vista delle funzioni del culto esercitate da’ sacerdoti l’influenza vivifica della sua grazia. Ma per accomodar tutto all’uomo nel modo il più conveniente, non volle farlo: ed anzi volle che il popolo stesso nel tempio fosse gran parte del culto; e ora sopra il popolo si esercitassero delle azioni, come avviene quando si applicano a lui i Sacramenti e le benedizioni ecclesiastiche; ora l’istesso popolo unito d’intelligenza non meno che di volontà e di azione col Clero, operasse con esso il Clero, siccome in tutte le preghiere dove il popolo stesso prega, dove risponde ai saluti o agl’inviti de’ sacerdoti, dove rende la pace ricevuta, dove offerisce, e dove interviene fino qual ministro di Sacramento, come nel Matrimonio. In somma nella Chiesa cattolica il Clero talora rappresenta Iddio, e parla ed opera sopra il popolo a nome di Dio; e talora anch’esso il Clero col popolo si mescola, e come appartenente al Capo dell’umanità col corpo congiunto, parla a Dio, e da lui attende la operazione misteriosa che il risani moralmente, e rinvigorisca. Sicchè il sublime culto della santa Chiesa è un solo, e risulta dal Clero e dal popolo, che con ordinata concordia e secondo ragione fanno insieme accordati una sola e medesima operazione.

15. Nella Chiesa tutti i fedeli, Clero e popolo, rappresentano e formano quella unità bellissima, di cui ha parlato Cristo quando disse: «Dove due o tre saranno congregati in mio nome consenzienti fra loro in tutte le cose che dimanderanno, ivi io sarò in mezzo di loro (Matth. xviii, 20)»; e altrove, parlando al Padre: «Ed io ho a loro dato quella chiarezza che tu hai data a me: acciocchè sieno una cosa sola, siccome anche noi siamo una cosa sola (Jo. xvii, 22)». Si consideri che questa unità ineffabile di spirito, di cui parla Cristo con sì sublimi parole, e che tanto ripete, trova il suo fondamento nella «chiarezza di luce intellettiva» che diede appunto Cristo alla sua Chiesa, acciocchè i fedeli fossero una cosa sola con lui, aderenti ad una stessa verità, o più tosto a lui che è la verità: e che ad essere perfettamente consenzienti in quelle cose, che domandano a Dio coloro che si ragunano a supplicarlo di ciò che abbisognano, è necessario che tutti intendano quello che dicono nelle preci, le quali innalzano in comune al trono dell’Altissimo. Quell’umanità perfetta di sentimenti e di affetti è dunque quasi condizione che mette Cristo al culto che rendono a lui i cristiani, acciocchè esso culto gli sia accettevole, ed egli si trovi nel mezzo di loro; ed è degno di osservazione, con quanta efficacia Cristo esprima questa condizione o legge che contraddistinguer dee la vera preghiera cristiana, e separarla dall’ebraica, che in un culto materiale e in una fede implicita consisteva; perocchè non si contenta col dire che i suoi fedeli preghino insieme uniti, e che preghino con consenso di volontà; ma espressamente dice, che li vuole uniti «in tutte le cose che a lui addimandano.» Tanto è sollecito Cristo dell’unità de’ suoi! unità non di corpi, ma di mente e di cuore, per la quale unità la plebe cristiana di ogni condizione, raccolta a piè degli altari del Salvatore, non forma più che una persona, ed è quell’Israello che, secondo la frase delle divine carte, pugna e s’innoltra come «un sol uomo». Ed ora quando mai più s’avvera, che tutta la plebe cristiana è consenziente in tutte le cose, e perfettamente una, se non allora che i cristiani adunati nel tempio eseguiscono concordi le sacre funzioni, tutti sapendo ciò che ivi fanno, ciò che vi si fa; tutti trattando gli stessi comuni interessi; tutti in somma entrando nel divino culto non solo materialmente, ma con perfetto intendimento de’ sacri misteri, delle orazioni e simboli e riti i onde il divino culto si compone? Egli è dunque necessario che il popolo possa intendere le voci della Chiesa nel culto pubblico, che sia istruito di ciò