Pagina:Delle istorie di Erodoto (Tomo III).djvu/129

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senza pari. E posciachè la nave era già stata presa, egli «S’aitò tuttavia a resistere ed a combattere, infino a tanto che il suo corpo non fu tutto pesto e stracciato. Ma i Persiani delle navi circostanti, avendolo veduto cadere che ancor respirava; e annettendo un gran pregio al salvamento di un uomo di quella fatta; si dettero a medicare con cura e a bendare con fascio di bisso le sue ferite. Quindi, avendo raggiunto con movimento retrogrado il grosso dell’armata, naostraroiio a tutti Pitea come una meraviglia, e sempre poi con lui benignamente trattarono. Laddove i suoi compagni di cattura furono messi in ceppi.

182, Così, dunque, due di quelle navi esploratrici greche caddero in poter dei nemici. La terza poi, che era l’ atem’ese, comandata da Formo, cercando salute nella fuga, andò a rompere sullo sbocco del Penco; e della nave stessa poterono bensì impadronirsi i Barbari, ma non degli nomini. Imperocché dopo aver questi tirata a terra la loro nave, subito ne discesero, e preso il cammino attraverso la Tessaglia, si ricondussero per quella parte in Atene. I quali fatti essendo stati segnalati, per mezzo di fuochi accesi nell’isola di Sciato, agli EUcni che stanziavano col loro naviglio avanti ad Artemisio; questi se ne sbigottirono in tal maniera che ripararono subito nel porto di Calcide, per mettersi a guardia del passo deil’Euripo, dopo aver lasciate vedette in esplorazione sovra alcuni punti eminenti dell’Eubea.

183. Di quelle dieci navi barbariche poi che, come dicemmo, precorsero il resto del naviglio persiano, tre ce ne furono, le quali andarono a raggiungere quel banco