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Latifondi feudali, monasteri dei conquistatori spagnoli, stanno come inavvicinabili fortezze sul vasto mare dei boschi di manghi.
Molto prima dell’alba, prima che i nevosi picchi dei monti siano illuminati dai primi raggi del sole, di sopra alle alte mura della massiccia fattoria, vengono le tristi note di una canzone.
I peoni la chiamano «El Alabado». La cantano ogni mattina prima di andare al lavoro.
E’ un inno col quale pregano la Vergine di aiutarli nel giorno che comincia. Quando i nevosi alti picchi delle montagne cominciano a brillare sotto il sole che sorge, si aprono le porte della fattoria molto simile ad una fortezza e, finendo il loro canto, i peoni strettamente avviluppati nei loro serapi e tenendo in mano il loro grande sombrero si riversano nei campi di cactus per succhiare il succo del mango.
Così è descritto l’ambiente del primo dei quattro episodi (o «гomanzi») di Que viva Mexico!, il film che Eiseinstein iniziò nel Messico nel 1931 e le cui vicissitudini saranno narrate più oltre. La descrizione è più che sufficiente per il regista al quale sarà possibile per esempio trarre partito da certi riferimenti e paralleli: «vasto mare dei boschi di manghi»; «monasteri di conquistatori spagnoli... inavvicinabili fortezze»; «massiccia fattoria»; «fattoria molto simile ad una fortezza»; ecc.
E’ determinato e assai meglio che con indicazioni specificamente tecniche, il tono delle immagini. E’ fissato uno stile di inquadratura in funzione dell’effetto, è suggerito un particolare carattere della fotografia.
...Sebastian e due dei suoi sopravvissuti compagni vengono portati al funerale di Sara. Occhio per occhio, pagano con la vita l’audace tentativo. Tra i manghi, dove ha lavorato e amato, Sebastian trova la sua tragica fine.
Quest’ultima frase (trattasi sempre dello scenario di Que viva Mexico!, suggerirà poi al regista un più ampio sviluppo di azione. Chi abbia visto il materiale di questo episodio, coordinato in un montaggio in parte arbitrario col titolo italiano Lampi sul Messico, ricorderà probabilmente la scena in cui Sebastian e i suoi compagni affondati nella terra, con le teste soltanto fuori, vengono uccisi dai cavalli condotti impetuosamente al galoppo sopra di loro.
Ma ad Eisenstein era stato sufficiente, nello scenario, dare una sommaria indicazione. Per questo film come del resto per tutti i precedenti egli aveva steso quale base di lavoro uno schema assai semplice e a tutti accessibile.
Più di una volta Eisenstein ebbe ad esprimere le sue opinioni circa lo scenario del film. Valga una per tutte questa sua asserzione: «Io non voglio nel soggetto alcuna costrizione circa la composizione visiva dei fatti. Tanto più che qualche volta la descrizione puramente letteraria del soggetto ha maggior valore che non il protocollo particola-
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