Pagina:Elogio della pazzia.djvu/110

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della pazzia 97

un gran male è l’essere ingannato, ed io invece sostengo, che il non esserlo è il maggiore di tutti i mali. È una grande stravaganza il voler far consistere la felicità de l’uomo nella realtà delle cose, mentre essa propramente dipende solo che dall’opinione. Tutto è nella vita così oscuro così diverso, così opposto che non possiamo assicurarci di alcuna veri à. Tale era appunto il principio dei miei accademici, i quali si mostravano in questo meno orgogliosi di tutti gli altri filosofi. Che se vi sono delle verità, le quali per essere ben dimostrate non lasciano luogo a dubbio, dimando io, quanto non disturbino la tranquillità, e i piaceri della vita? Gli uomini finalmente vogliono essere ingannati, e sono sempre pronti a lasciare il vero per correr dietro al falso. Ne bramate una prova sensibile e incontrastabile? Andate alle prediche, e vedrete, che quando lo schiamazzatore (oh che ingiuria! perdonatemi mi sono ingannata) voleva dire, quando il predicatore tratta la materia seriamente, e colla ragione alla mano, allora si dorme, si sbadiglia, si tossisce, si soffia il naso, si abbandona il corpo, e si annoia da tutte le parti: ma se l’oratore intesse, come spesso accade, qualche vecchia favoletta, o qualche prodigio di leggenda, allora tosto si scuote l′udienza, si destano i sonnacchiosi, tutti gli uditori alzano la testa, spalancano gli occhi, tendono le orecchie. Non avite mai fatto osservazione, che quando si celebra in chiesa la festa di qualcuno di que′ santi poetici, e romanzeschi, per esempio d’un S. Giorgio, d’un S. Cristoforo, d’una santa Barbara, suole spiegarsi una pompa, ed una divozione assai maggiore di quella, colla quale si festeggiano e S. Pietro, e S. Paolo,

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