Pagina:Elogio della pazzia.djvu/118

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della pazzia 105

in certi giorni dell’anno. Adorisi pure Febo in Rodi, Venere in Cipro, Giunone in Argo, Minerva in Atene, Giove sul Monte Olimpo, Nettuno a Taranto, Priapo a Lampsaco: ma la mia condizione divina sarà sempre più gloriosa della loro; finattantochè la terra sarà il mio tempio, e saranno vittime mie tutti i mortali.

Potrebbe forse sembrare a taluno cbe io spacciassi impudenti menzogne; ma voglio farvi toccar con mano, che questa è la pura verità. Riflettiamo un momento sulla vita umana; e se io non vi proverò che sono la Dea, alla quale tutti gli uomini sono maggiormente obbligati, e quella altresì che dallo scettro fino al bastone del pastore stimano più d’ogni altra cosa, sono disposta a nonn essere mai più la Pazzia. Non voglio però prendermi la briga di scorrere tutte le condizioni, poichè sarebbe troppo lunga una simile carriera; io pertanto mi limiterò ad indicarne le principali, dalle quali si potrà facilmente inferire il resto.

Incominciando dal volgo, e dalla minuta plebe, non v’ha dubbio ch’essa totalmente non m’appartenga; imperocchè tanto abbonda in ogni sorta di pazzie, tante na inventa ogni giorno, che non basterebbero mille Democriti per riderne sufficentemente, e questi mille Democriti avrebbero ancora bisogno di un altro Democrito per rider di loro. È cosa incredibile a dirsi, quanto ogni giorno questi materiali omicciuoli servano di trastullo, di riso e di ricreamento agli Dei. Ma perchè ne siate convinti è bene che vi dica una cosa. Gli Dei sono sobri fino all’ora del pranzo, ed impiegano queste ore antimeridiane in contenziose deliberazioni, e nell’ascoltare le preghiere de’ mortali. Terminata poi la mensa, allorchè sentonsi andar alla testa i vapori