Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/37

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Il Montecchi, concorde col Costa e con altri, non voleva dare importanza politici a quella Giunta, che secondo essi avrebbe dovuto, per breve tempo, limitarsi a provvedere alle sole cose municipali, e a non far quistione di partito politico. Davano prova indubbia di quegli intendimenti ammettendo che i loro amici politici fossero rappresentati in grande minoranza. Il Silvagni era noto per la sua attinenza al vecchio Comitato Nazionale di Roma, ma ebbe dal Costa e dal Montecchi liete accoglienze. Essi gli esposero il loro modo di vedere e fu convenuto che la sera alle 7 si sarebbero riveduti al Campidoglio, ove personalmente sarebbero stati invitati i membri della Giunta e altri ragguardevoli cittadini. Il Montecchi aggiunge che intanto da lui, da Nino Costa e da Cencio Rossi si emanavano ordini; il Costa recisamente lo nega e assicura che gli ordini portavano il suo nome e quello del Rossi. In quel mentre sulle mura della citt;i si affiggevano liste di nomi per la Giunta, tutte dix’erse fra loro, e senza sapere da chi provenissero.

Il Montecchi andò dal general Masi a Montecitorio e vi trovò installato il cav. David Silvagni e nelle sale scorse Silvestrelli, Tittoni, Felice Ferri, il principe di Piombino e don Emanuele Ruspoli, intenti a formare una lista. Tutti ammisero essere indecoroso per Roma, che non provvedesse a costituire una amministrazione cittadina, e gli parve che tutti convenissero nella idea di non far quistione di partito, purchè la Giunta riuscisse accetta alla maggioranza del paese. Fu preso accordo con Silvestrelli e Tittoni di trovarsi la sera alle 9 al Campidoglio.

Il Montecchi dovette alle 4 di quello stesso giorno, intervenire a una adunanza al palazzo Bernini del «Circolo Popolare» che poi cambiò il nome in quello di «Circolo Romano»). La riunione era presieduta dal conte Luigi Amadei, il quale volle che il condannato dal governo papale prendesse il suo posto. L’adunanza aveva già stabilito che al Colosseo si tenesse un’assemblea popolare, dalla quale uscisse definitivamente la Giunta.

Il Montecchi confessa che l’annunzio del comizio fu accolto con timore dal general Masi, al quale egli dette l’assicurazione che si sarebbe sciolto ordinatamente.

La sera alle 7, all’adunanza in Campidoglio, mentre vi erano molti intervenuti, mancavano però quasi tutti i designati nella lista del 20. Fu detto essere indispensabile che la presidenza della Giunta fosse affidata a don Michelangiolo Gaetani, duca di Sermoneta, ma che egli si ricusava assolutamente di farne parte, se la Giunta fosse stata acclamata in un comizio, e si era pensato da quelli che convenivano nelle sale del general Masi, d’invitare il duca di Sennoneta a nominare la Giunta, e invitavano lui, Montecchi, a far accettare questa idea dai suoi amici, cioè dai repubblicani. L’ex-triumviro rispose che era impossibile. Questo dialogo avveniva fra il Righetti, morto da poco, il cav. David Silvagni, e il Montecchi, che fu pregato di non fame parola, quella sera fra i convenuti in Campidoglio fu provveduto a quistioni urgenti, fra cui alla provvista delle carni per il mercato del giorno seguente, che non si sarebbe potuto tenere, con danno della città, senza l’abnegazione di Felice Ferri. Un’onda di popolo si affollava in piazza del Campidoglio, chiedendo di veder la Giunta. Il Montecchi parlò assicurando che sarebbe stata eletta nel comizio del giorno seguente.

La mattina del 22, la commissione scelta dal Circolo Popolare andò in casa del Montecchi, e concordò la sua lista con quella già stabilita nelle sale del Masi. Si componeva di 42 nomi e il Masi, la mattina del 23, vedendola, non volle risolversi ad accettarla, e condusse il Montecchi dal Cadorna, che non vide. Il Masi gli disse: «Tutto adesso dipende dal duca di Sermoneta; s’egli accetta, tutto va bene».

Andarono allora VolpicelIi, Masi e Montecchi dal duca; quest’ultimo non lo vide, ma il Masi