Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/43

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La notte fra il sette e l’otto ottobre la deputazione del Plebiscito partiva per Firenze salutata alla stazione da centinaia di persone con fiaccole e bandiere. Quando il treno si metteva in moto ai gridi di «Viva il Re!» se ne univano altri esprimenti un vivo desiderio; il popolo diceva: «Vogliamo vedere il nostro Re» poichè ormai il voto dei liberi Romani era quello che Vittorio Emanuele venisse nella città, che a lui si era data con tanta unanimità di voleri. La deputazione del Plebiscito si componeva:

Per Roma. — Duca di Sermoneta, don Baldassarre Odescalchi, Duca Sforza-Cesarini, Vincenzo Tittoni, Augusto Castellani, avvocato Filippo Marchetti, don Emanuele Ruspoli, professore Maggiorani.

Per Civitavecchia. — Marchese Guglielmi, avvocato Lesen.

Per Frosinone. — Girolamo Monardini, signor Marcocci.

Per Velletri. — Conte Borgia, avvocato Novelli.

Per Viterbo. — Conte Manni, avvocato Vallerani.

Insieme con questi deputati partivano pure come rappresentanti di alcuni comitati del Plebiscito: il principe di Teano, Augusto Silvestrelli, l’avvocato Rossi, il conte Carlo Lovatelli, don Fabrizio Colonna, il marchese Calabrini, Samuele Alatri, Vincenzo Galletti, don Augusto Ruspoli e Paolo Peretti,

Il passaggio della deputazione romana ad ogni stazione, provocò dimostrazioni di simpatia. Firenze la ricevè con pompa ufficiale e con slancio di popolare entusiasmo; eppure Roma libera, Roma capitale era la sua materiale rovina. Ma in quel momento ogni interesse faceva dinanzi al fatto grandioso di vedere Roma riunita all’Italia. Era sindaco allora Ubaldino Peruzzi, e fra lui e il Sermoneta vi fu alla stazione scambio di nobili parole, e il vessillo giallo e rosso e lo stemma romano avevano il posto d’onere fra gli stendardi e le bandiere di cui Firenze si era ornata. Il duca di Sermoneta non vedeva quella festa di bandiere e di fiori, ma le parole del sindaco, quell’entusiasmo che scoppiava da mille bocche in gridi di gioia, lo fecero piangere mentre appoggiato al braccio del Peruzzi traversava la stazione, e chi ha veduto quelle lagrime scendere lente da quelle pupille morte, non dimenticherà più la commozione che produssero nella folla.

Una lunga fila di carrozze con le livree rosse del municipio fiorentino, traverso Firenze per condurre la deputazione sui Lungarni, all’Hôtel New-York, e per tutto il grido di «Viva Roma!» si mescolava a quello di «Viva l’Italia!» Era una vera e grande frenesia.

Un pranzo alle Cascine fu offerto quel giorno stesso dal municipio ai deputati Romani. Le cinque tavole portavano il nome di Roma, Velletri, Frosinone, Viterbo e Civitavecchia. Vi assistevano tutti i ministri, meno il Sella, i presidenti della Camera e del Senato, i sindaci di Torino, di Palermo, di Milano e di Bologna, giunti apposta per invitare la Deputazione a visitare le loro città. Il Peruzzi, con la bella e ornata parola fece un brindisi a Roma e al Re; il duca di Sermoneta rispose, e dopo parlarono quasi tutti i convitati, che erano 160, dimostrando un nobile proposito di concordia e di fratellanza.

Il popolo, che empiva il piazzale delle Cascine, accorgendosi che il banchetto era terminato, con gridi altissimi, con applausi fragorosi, domandava di poter vedere i Romani, di poter dir loro che li amava come fratelli preferiti. Don Emanuele Ruspoli, bello della persona, e dotato di forte voce, si affacciò ad una finestra e ottenuto dalla folla il silenzio, parlò ricordando i morti gloriosi e le lotte sostenute. Ogni parola di lui era salutata da applausi, che continuarono finchè il duca di Sermoneta non comparve.