Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/440

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I deputati romani Siacci, Bonacci, Baccelli, Menotti Garibaldi, Narducci, Tittoni, Teano, Odescalchi, Balestra, Panizza, Tommasi e Sciarra si riunirono nel palazzo di quest’ultimo e deliberarono di adoperarsi affinchè l’insostenibile progetto non passasse alla seconda lettura. Intanto subito dopo che Giunta e Consiglio eransi dimessi, il Governo nominava il comm. Finocchiaro-Aprile, deputato al Parlamento, Regio Commissario, ed egli annunziava ai Romani la sua missione con un manifesto non romanamente redatto, me che rivelava la ferma intenzione di rendersi utile alla città.

Il Commissario Regio si mise subito al lavoro con l’intenzione d’introdurre nelle spese del Comune grandi economie.

Il progetto di legge era stato affidato all’esame di una commissione, che aveva nominato suo relatore l’on. Ferdinando Martini. Siccome l’addebito maggiore che si faceva al disegno di legge era quello che il Governo volesse trarre un utile, assumendo la riscossione del dazio consumo, che fruttava più della quota, che avrebbe pagato al Comune, così la Commissione portò subito quella quota annua da 12,500,000 lire a 14,000,000 e modificando alcuni altri articoli riusci a farlo votare dalla Camera a grandissima maggioranza. Al Senato il progetto non incontrò tanto favore, ma nonostante raccolse una maggioranza di 23 voti. Il Crispi da un lato e il Baccelli dall’altro, raccomandando nel primo momento la calma, avevano contribuito a toglier Roma dall’angustia. Appena il progetto fu convertito in legge, il senatore Gravina, che reggeva con intelligenza la prefettura di Roma da 9 anni, dette le dimissioni. Il suo ritiro dispiacque a tutti; dai comuni della provincia gli giungevano numerosi indirizzi, la deputazione provinciale gli presentò una pergamena artistica.

L’on. Crispi gli diresse la seguente lettera:

«Il Governo del Re, che si vede privato dell’opera sua illuminata, sente di dover esprimerle, coi sensi del suo rammarico, quelli del suo grato animo per i servigi della S. V. O. in un lungo periodo di anni resi al paese.

«Mi pregio comunicare in pari tempo alla S. V. che S. M. il Re, con altro decreto, si è compiaciuto di nominare Lei, su mia proposta, Cavaliere Gran Croce decorato del gran cordone dell’ordine della Corona d’Italia».

L’on. Finocchiaro-Aprile dette buona prova di sè nella amministrazione del Comune. Non si videro mai come in quel tempo rispettati i regolamenti municipali, e alla rilasciata azienda egli, con la sua energia, dette nuovo vigore. Uno dei suoi atti energici fu quello di licenziare 58 impiegati dell’ufficio del Piano Regolatore, divenuti inutili dopo che il Governo assumeva quasi tutti i lavori.

Il Regio Commissario ordinò ai proprietari delle case di ripulire le facciate, ma il ripulisti maggiore fecelo in Campidoglio, togliendo via molti abusi. Egli non trascurò la beneficenza, istituì un nuovo dormitorio a via Falco, con annessa cucina economica, che potè dotare con le 10,000 lire inviate al municipio dalla ditta Bertelli di Milano, e rese al dormitorio di Testaccio, che era divenuto un ricovero, il suo carattere primitivo di asilo notturno.

Su tutti i servizi l’on. Finocchiaro-Aprile portava la sua attenzione, prima di tutto per riordinarli con pronte riforme, e in secondo luogo con la mira delle economie da introdurre nel bilancio, che il comm. Bordoni, divenuto ragioniere capo del municipio, compilava su basi meno fastose.

Era quello l’anno della fuga dei cassieri e degli economi, e scomparve lasciando un vuoto di 277,000 lire anche l’avv. Legge, uomo stimatissimo e facoltoso, il quale dopo aver rovinato il suo patrimonio nelle speculazioni edilizie, come tanti altri, aveva abusato anche del suo posto