Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/442

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Di qui era passato anche Stanley senza fermarsi. Il presidente della Società geografica andò alla stazione insieme con molti soci insigni, e gli rimise la medaglia d’oro già decretatagli. Il viaggiatore italiano Casati ebbe maggiori accoglienze, perché si trattenne a Roma, e al conte Antonelli, reduce dal suo soggiorno in Africa, fu pure conferita dalla Società geografica la medaglia d’oro.

L’esposizione si chiuse in luglio senza l’intervento del Re, alla presenza dei ministri Miceli e Baccelli e dell’on Finocchiaro-Aprile. Tutti gli espositori della sezione industriale ebbero ricompense; i due massimi premi per l’arte, conferiti dal marchese Ferraioli, furono riportati dal pittore Scipione Vannutelli per il suo quadro «I funerali di Giulietta a Verona» e dallo scultore Trabacchi.

Il concorso del pubblico a pagamento era stato meschino alla Mostra della Città di Roma, e questo resultato avrebbe dovuto servire di avvertimento ai fautori del progetto della Esposizione Nazionale, al quale si era voluto associare il nome di Guido Baccelli, dopo che la popolarità di lui era cresciuta per il valido appoggio dato al concorso governativo per Roma.

Le dimissioni di Ricciotti Garibaldi da deputato, lasciarono libero un seggio nel 1° collegio di Roma. Ricciotti pentito delle inutili dimissioni, lasciò che la sua candidatura fosse posta; i ministeriali portavano il conte Pietro Antonelli, i repubblicani il Barzilai, triestino. Questa candidatura doveva servire di protesta contro l’Austria e contro il recente scioglimento della società «Pro Patria», che aveva destato in Italia tante proteste. Maggiori voti riportarono Antonelli e Barzilai. Prima che vi fosse il ballottaggio, gli on. Cavallotti e Imbriani riunirono un comizio al Quirino per sostenere la candidatura Barzilai, che era appoggiata dalla Tribuna e dal Don Chisciotte, ed alla quale volevano dare, come ho detto, il significato di protesta contro l’Austria. Tutto questo armeggio non valse a nulla. I ministeriali, scossa l’apatia, sostennero validamente la lotta, che a Roma non fu mai più viva che allora. I muri sparivano sotto i manifesti, le adunanze elettorali si tenevano ovunque. Vinse Antonelli per più di 800 voti. Gl’irredentisti, il giorno stesso della battaglia, fecero una dimostrazione andando sotto il Don Chisciotte; avvennero disordini davanti al caffè Aragno, che era già nella sua nuova sede nel palazzo Marignoli, e davanti all’ambasciata di Austria.

Pochi giorni dopo un decreto reale scioglieva i circoli Barsanti e Oberdank. La polizia, in forza di quel decreto, operava perquisizioni in casa di Ferruccio Corradetti, di Antonio Paoli, di Domenico Mancini e di altri. Presso il Mancini sequestrava tre bombe di cemento cerchiate di ferro, contenenti materie esplosive.

L’irredentismo non era soltanto la prerogativa dei partiti avanzati; esso aveva i suoi fautori anche nel Governo. L’on. Seismit-Doda assistè a un banchetto a Udine ove furon pronunciati discorsi contro l’Austria, senza che si risentisse; fu tanto il rumore che quel fatto destò in Italia, che egli venne esonerato dalla carica.

L’on. Crispi, che aveva accompagnato il Re a Perugia e a Firenze per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele, invitato da quest’ultima città ad un banchetto, nel saloncino del Politeama, colse l’occasione per pronunziare un notevole discorso contro l’irredentismo e contro il partito radicale.

In seguito all’approvazione della Camera e del Senato era stata con decreto reale dichiarata monumento nazionale la tomba di Garibaldi a Caprera, ed erasi affidata al ministro della marina la cura di farla custodire dai Veterani del corpo Reali Equipaggi.

Non bisogna credere che il disagio finanziario paralizzasse del tutto la vita a Roma. Nell’estate, per le indefesse cure di Michelangiolo Cattori, la capitale poté avere il suo primo tram elettrico