Pagina:Emma Perodi - Roma italiana, 1870-1895.djvu/50

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Ogni diserzione di una dama dal campo clericale, era un avvenimento di cui si discuteva in città.

Ho parlato della nuova vita che andava svolgendosi a Roma, e debbo dire che essa naturalmente si estrinsecava in progetti di miglioramenti edilizi, di creazione d’industrie per rispondere ai bisogni della nuova capitale, perché tutti avevano fede che presto vi sarebbe stata trasportata da Firenze, e occorreva provvedere. Ma accanto alle persone serie e oneste, giungevano a Roma molti affaristi, di poca coscienza e questo fu un gran male, perché in quei primi momenti di entusiasmo, e quasi di sbarlordimento, essi trovarono facili ascoltatori, gente pronta a coadiuvarli, che poi rimase delusa e canzonata. E questo ha contribuito a creare nell’animo dei Romani quella diffidenza che essi nutrono per il resto degli Italiani, che chiamano forestieri, e a mantenere una specie di barriera fra l’elemento romano e quello venuto da altri paesi d’Italia.

Se la vita si svolgeva in ogni classe di cittadini, la stampa cresceva in modo spaventoso. I giornali sorgevano come funghi. Il 22 settembre era nata la Gazzetta del Popolo, diretta da Eduardo Arbib, e che ebbe subito le simpatie del pubblico. Vi scriveva in principio anche il De Amicis; anzi proprio nel primo numero vi è un articolo di lui sui soldati italiani, che è ancora una bella pagina di calda prosa patriottica. Quasi contemporaneamente il Sonzogno, con la redazione del Gazzettino Rosa, compreso il Luciani, fondava la Capitale, diretta dal Giovagnoli, che provocava spesso le ire del Cadorna. Poi sorsero la Gazzetta Ufficiale di Roma, la Libertà, fondata dall’Oblieght e che aveva la direzione in piazza dei Crociferi, il Tempo, il Tribuno, il Miglioramento, il Trionfo, il Colosseo, l’Aquila Romana, il Romano, la Nuova Roma, la Roma libera, l’Eco del Tevere e forse altri di cui dimentico il nome. Di umoristici vi erano il Pipistrello, il Don Pirlone, il Pasquino, da non confondersi con quello Torinese, il Capitan Fracassa e il Mefistofile; di clericali l’Imparziale e poi la Stella.

L’Osservatore Romano era stato soppresso prima del 20 settembre dalla censura per due articoli dell’Amati sulla esposizione di Terni, in cui erano bistrattati i frati dei quadri ivi esposti, ed erano messe in ridicolo le Sante Genovieffe di gusto francese. Il Papa si era arrabbiato molto, perchè dicesi avesse ad ascoltare le rimostranze dell’ambasciatore francese, e fece togliere il permesso della pubblicazione al fedele marchese di Baviera. Dopo l’Osservatore ricomparve, e vive tuttora, serbando gli stessi principii.

Prima del 20 settembre la Nazione di Firenze era il giornale forse meglio informato delle cose di Roma. Vi scrivevano corrispondenze il prof. Domenico Gnoli, il Piperno e l’Amati. Il padre Scarpazza, curato della Minerva, faceva corrispondenze per il Corriere delle Marche; gli altri giornali d’Italia non so se avessero corrispondenti fissi.

Dopo il 20 settembre il giornale più diffusamente informato sulle cose romane, era il giovane Fanfulla, che andava a ruba a Roma. Ugo Pesci vi scriveva quasi ogni giorno una lunga e brillante corrispondenza così piena di notizie, che erano lette anche a Roma avidamente, perché non si trovavano neppure nei giornali della città.

Verso il 20 novembre la Gazzetta del Popolo si fondeva con la Libertà, della quale, ingrandita di formato e molto migliorata, prendeva la direzione Edoardo Arbib.

Poco dopo l’arrivo del Lamarmora, giungeva a Roma Giuseppe Mazzini, liberato da Gaeta e diretto, si diceva, a Livorno. Lo accompagnava la signora Emilia Venturi, e si fermò una notte all’«albergo Costanzi» senza poter ricevere nessuna visita. Il Governo non temeva più tanto la sua agitazione, ma non lo perdeva d’occhio.

Il primo ministro che venisse a Roma fu il Sella, e vi giunse preceduto dalla sua relazione al