Pagina:Eneide (Caro).djvu/64

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[533-557] libro i. 23

Nulla o de gli abitanti o de’ paesi
Notizia abbiamo. A te, s’a ciò m’aiti,
535Di nostra man cadrà più d’una vittima.
     Venere allor soggiunse: Io non m’arrogo
Celeste onore. In Tiro usan le vergini
Di portar arco, e di calzar coturni;
E di Tiro e d’Agenore le genti
540Traggon principio, che qui seggio han posto:
Ma ’l paese è di Libia, ed avvi in guerra
Gente feroce. Or n’è capo e regina
Dido che, da l’insidie del fratello
Fuggendo, è qui venuta. A dirne il tutto
545Lunga fòra novella e lungo intrico.
Ma toccandone i capi, avea costei
Sichèo per suo consorte, uno il più ricco
Di terra e d’oro, che in Fenicia fosse,
Da la meschina unicamente amato,
550Anzi il suo primo amore. Il padre intatta
Nel primo fior di lei seco legolla.
Ma del regno di Tiro avea lo scettro
Pigmalïon suo frate, un signor empio,
Un tiranno crudele e scellerato
555Più ch’altri mai. Venne un furor fra loro
Tal, che Sichèo da questo avaro e crudo,
Per sete d’oro, ove men guardia pose,


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