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DI LUCANO LIB. I 27

Preme d'Alvergna l'alpigiano irsuto.
Poiton doma i suoi campi allegro e sciolto,
535Nè più circondan le guerresche tende
L'instabile Turena, e già la fronte
Di nebbie cinta il Meduan ruscello
Co' zampilli del Ligeri ravviva.
Di Gian la rocca le Cesaree schiere
540Più non rinchiude della guerra; e tu nel capo
Ligure or raso, che col crine un tempo
Sparso fu'l collo vagamente il vanto
Della Gallia chiomata eri e il decoro;
E que' da cui con sanguinoso scempio
545Mercurio fier si placa, e Marte orrendo1,
E di Giove l'altar non men crudele
Della Scitica Diva; e Voi che l'alme
De' guerrier trucidati ai secol tardi
Fate gir gloriose, illustri Vati2,
550Or raddoppiate più tranquilli i carmi;
E Druidi Voi, rinnovellar poteste
I barbarici riti e l'uso infame
De' sagrifizj. A voi soli è concesso
Saper de' Numi ed ignorar gli arcani,
555Entro l'orror delle più cupe selve
Vi fate albergo, e al vostro dir sotterra
Non scendon l'ombre fra i squallenti regni
Dell'Efebo profondo: ancor le membra

  1. I Galli chiamavano Mercurio col nome di Teutate, il quale si placava colle vittime dei prigionieri. Altri stimano che fosse Marte.
  2. Erano questi i Bardi, che attendevano alla Poesia, ed all'Astrologia, ed ai sagrifizj, ond'erano pure sacerdoti; i Druidi vi accoppiavano lo stadio della Fisica, e della Morale.