Pagina:Fiabe e leggende Emilio Praga.djvu/41

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


I TRE AMANTI DI BELLA 57 Né un pensier, né una lagrima, né un fiorellin soltanto Avea, passando a caso, gettato in camposanto. Fatto il vuoto, divise l'aule immense e i saloni, Come se li allestisse per nidi di piccioni. In camerette anguste, in stanzuccie pigmee; Lamentandosi molto che Bacchi e Citeree E Silfidi ed Amori, sulle volte dipinti. Non si potesser vendere perchè alla calce avvinti. Si vendicò, tagliandoli coi muri a centellini, E dandone una parte a tutti gli inquilini. E qui vedi una Venere che ha la bella sembianza. Le braccia e il seno eburneo nella vicina stanza; Qui il pie di una baccante e là sbuca una cetra. Poi del fanciul terribile un piede e la faretra. Poi Giunone che al laccio della parete appresa Ha l'ala azzurra e piangere ti sembra dell'offesa. Un tal del primo piano cui toccò in sorte parte Di un'imagine nuda che non vo' porre in carte, Lagnossi al proprietario e voleva andar via; L'Ebreo gli rispondeva: questa è un'allegoria. L'ha pinta il Tintoretto, è un egregio disegno, — E l'altro a replicargli: fu un pittoraccio indegno! — Più di una vecchia cabale astruse avea cavate Numerando le membra sul capo suo librate.